mercoledì 19 settembre 2007

..ricordi...

Istintivamente la lettura di questo pezzo potrebbe apparire come il solito articolo nostalgico-moralistico, nonché gratuitamente retorico. Quindi, è inevitabile una sorta di premessa, o meglio un’avvertenza, su ciò che veramente mi piacerebbe trasmettere nell’ analizzare il tema che tra breve tratterò. “Una cittadinanza marcia non può che subire il marciume dei loro rappresentanti.” Ciò che vorrei dire è che finché non vi sarà un approccio genuinamente etico verso il nostro vivere comune, non credo che ci si possa aspettare così tanto dalla politica. Sarà l’onda “grillista”, ma veramente credo che “i politici sono i nostri dipendenti” benché allo stesso tempo credo che per alcune cose non siamo poi tanto migliori dei nostri rappresentanti. Ma non voglio parlare di questo, in quanto troppi commenti, parole ecc ecc, dal quiquiri ai più grandi canali mediatici hanno detto troppo e sempre alla stessa maniera le cose vecchie di anni. Posso anche sorvolare la solita retorica delle nostre cattive abitudini consolidate e dure a morire, (come gettare cartacce a terra, non preoccuparci della differenziata, e così via) ma non posso distrarmi sugli aspetti, decisamente più emotivi, che non possono non creare delle vere ferite interiori. L’atteggiamento di non sentire veramente nostro, il “nostro” territorio proprio non lo capisco. Non si tratta neppure di campanilismo, in quanto sicuramente sono il primo che troppo spesso si scuce la cosiddetta presunta identità. Presunta identità, esatto, perché forse il nostro problema è quello di non sentirci per ciò che siamo, all’interno del nostro spazio di vita. Ciò che vorrei far capire é che troppe volte siamo inevitabilmente lontani dai nostri luoghi, senza muoverci di un passo. Lo so, dalla premessa nata per tracciare un punto di partenza, vi sto portando in discorsi un po’ troppo “gommosi” e quindi è meglio ritagliare una situazione da prendere come sorta d’esempio. Passeggiando per “abbasciu santa Lucia” alla mia destra, forse per colpa di qualche rotolio della mente, immediatamente mi sono rivisto gettato in una cornice che ormai non esiste più. Il campo di bocce sempre pieno di simpatici individui con la coppola in testa e la boccia nella mano. Un centro socialmente vivace, colorato di facce più o meno rugose che in un clima di rumorosa tranquillità coloravano il fresco della vecchia strada principale di Casanova. Sono rimasto di fronte a ciò che resta del campo di bocce, per alcuni attimi, giusto il tempo di fare un tour tra le mie immagini mentali passate. Non sono ricordi, ma immagini di un piccolo spazio che, vuoi o non vuoi, se abiti a Casanova sono sempre tue. Non sono ricordi, in quanto credo che i ricordi siano fatti certamente d’immagine, ma soprattutto d’esperienza di pelle. Nel campo di bocce d’esperienza ce n’è stata poca, almeno per quanto mi riguarda, ma di colore tanto. Oggi non c’è nulla (non è la solita critica all’ufficio tecnico fantasma che sicuramente se mi andrà sarà bersagliato) solo spazzatura, erbacce e, per completare il tutto, abbiamo anche i sampietrini non utilizzati della Mannillo’s street. Ormai il campo non è così lontano da un qualsiasi “cantone”. Inevitabili processi temporali, si dirà, e del resto può anche essere. Non vorrei parlare principalmente di ciò che resta del campo, usato a mo’ d’esempio, piuttosto mi piacerebbe capire perché si ritorna al prima quando, ormai, il prima è soltanto frammento del vecchio. Un quesito decisamente stupido che però matura un’altra domanda, ovvero: perché ciò che ci circonda non muore ma è in perenne agonia? Perche’ peggio della morte c’è solo l’agonia. Non sono un bocciofilo, che vorrebbe ripristinato il campo per continuare le sfide di S. Lucia in quanto non è bastato nemmeno l’impianto nuovo alla destra del campetto di calcetto, diventato ben presto il vespasiano della villa. Sono invece un curioso che non capisce perché ci rileghiamo nelle nostre tane/case sicuri che niente e nessuno (forse) potrà intaccare ciò che resta del nostro mondo. Tutto si trasforma ma niente muore! Un campo di bocce ieri, potrebbe essere una piazzetta o cose del genere oggi. Veder morire paesini come Ventaroli, S.Ruosi, S.Anna, S.Donato, come altre zone praticamente sconosciute ai molti, mi fa sentire un po’ un pezzo di me/#a. Non so perché. Non significa assolutamente che vorrei vedere il Comune di Carinola invaso dal cemento al pari di una qualsiasi realtà di provincia, vorrei che Carinola rimanesse un qualsiasi posto di campagna. Perché la nostra non può dirsi certo una realtà dalle prerogative cittadine. Noi siamo semplicemente “semplici paesanotti di campagna”. Ci sforziamo di apparire come emancipati, provando a imitare, più che emulare, qualcosa a cui sinceramente non vorrei assomigliare, quando la cosa migliore sarebbe forse cercare di assaporare con lo spirito giusto la purezza e la genuinità idilliaca che solo un paesino come il nostro può offrire. Mi piace immaginare il mio paesino così, con la capacità evocativa di un antico campo di bocce, senza che sia necessariamente avvolto nella cornice impolverata di un tempo ormai passato. Alla fine ho fatto ciò che mi ero promesso di non fare, ossia un pezzo gratuitamente nostalgico. Lo so, mi sono prolungato troppo e sicuramente non sono stato chiaro neanche con me stesso.

Facoceroinnamorato

 
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Lady Gaga, Salman Khan