giovedì 12 giugno 2008

Riappropriamoci della nostra storia


Quando ero bambina, l’acqua corrente nelle case non c’era ancora. C’erano solo le fontane pubbliche lungo la strada le quali avevano, in parte, sostituito i pozzi. File di donne con ceceni, ancelle e secchi di zinco alla mano, aspettavano il loro turno per portarsi a casa l’acqua che occorreva alle loro faccende domestiche. Quelli erano anche momenti di grande socializzazione: le donne ciarlavano, si scambiavano confidenze, spettegolavano e a volte litigavano, contribuendo a tenere ben sveglia la vitalità del paese. Quando però si faceva il bucato, la cosiddetta ‘colata’, di acqua ce ne voleva proprio tanta e allora non bastava il secchio, ma bisognava usare altri espedienti.
Ricordo che mia nonna mi portava al risciacquo sotto gli Spinaruccoli, dove scorreva il ruscello. Con un cesto pieno di panni da risciacquare ben ritto sulla testa, scendevamo giù per il sentiero, ci fermavamo a dire una preghiera davanti all’edicola della Madonna della Spina (o delle Erbe) e poi via al ruscello.
Sul posto, c’erano sempre altre donne con i loro figli o nipoti e così, mentre esse risciacquavano e sbattevano lenzuola e asciugamani sulle lisce pietre bianche messe lungo l’argine, noi bambini giocavamo saltellando di qua e di là sulle pietre che emergevano dall’acqua, rincorrevamo ranocchie, scoprivamo angoli nascosti per noi pieni di fascino.

Chi aveva la fortuna di abitare più vicino alla Fontana Vecchia, poteva recarsi regolarmente al lavatoio e lavare là i panni di famiglia, evitando la fatica di stare a tirar secchi d’acqua dal pozzo o fare lunghe file alla fontana.
Spesso anche mia nonna si recava al lavatoio e anch’io potevo godere di quell’ambiente incontaminato dove regnava sempre un’atmosfera di festa. Era una gioia per gli occhi e per le orecchie stare là, tra donne che lavavano panni ridendo e scherzando; tra bambini che si rincorrevano e si bagnavano suscitando le urla delle mamme o delle nonne; tra schizzi d’acqua che inevitabilmente venivano lanciati contro qualcuna e le cui rumorose rimostranze suscitavano le risa di tutte; tra panni che immancabilmente si perdevano nella grande vasca e non si sapeva più a chi appartenessero; tra il gracidare delle rane e il frinire delle cicale… Era vita.
Stupendi momenti della mia infanzia che mi hanno regalato equilibrio e tranquillità interiore e che vorrei riuscire a far vivere anche alle nuove generazioni che non hanno avuto la fortuna di nascere allora.
E’ vero, ora abbiamo l’acqua corrente, calda e fredda, ma troppo è stato sacrificato alla modernità.
Oggi non esiste più né il luogo né l’atmosfera di una volta. Il ruscello non c’è più; interrato da chi pensava che modernizzando e cementificando il luogo, sarebbe stato più bello. Il lavatoio non c’è più; distrutto da chi non capiva e non sapeva apprezzare il valore della storia.
La Fontana Vecchia non è altro che un postaccio abbandonato dove qualcuno ha sbizzarrito la propria pacchiana fantasia non rispettando né l’ambiente naturale né un periodo storico. E’ solo un obbrobrio che non ispira alcun tipo di emozione se non una triste sensazione di abbandono… E’ morte.
Ebbene, rivogliamo la parte della nostra storia che ci è stata indebitamente sottratta.
Rivogliamo il lavatoio e rivogliamo l’ambiente il più possibile uguale a come era prima. E, perché no, rivogliamo anche il ruscello. Basta con l’artificiosità, con il cemento dovunque, con i progetti fai da te che deturpano e rendono insignificante l’ambiente invece di lasciarlo semplice e pieno di fascino come era.
La caratteristica della nostra cultura è proprio la semplicità e la naturalità delle cose: questo è ciò che dobbiamo ripristinare per rimetterci in sintonia con tutto ciò che ci appartiene.
Spero che la nuova amministrazione raccolga il mio appello, a cui vorrei si unissero tante altre voci, e sappia restituirci quella parte della nostra storia e della nostra cultura che ci è stata così brutalmente tolta.
Galatea

 
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