venerdì 10 ottobre 2008

La Chiesa carinolese nella bufera post-unitaria

Le tre guerre d’indipendenza  contro l’Austria, necessario preludio all’unificazione d’Italia, erano costate un occhio della testa. E quando infine l’Unità d’Italia divenne realtà, il nuovo stato unificato ereditò un disavanzo di circa 721 milioni di lire. Una cifra astronomica per quei tempi.

   Iniziare il cammino di nuova nazione con queste premesse, significava andare verso la sicura catastrofe sociale ed economica..

Come fare per assicurare la vita a questo neonato stato? Dove prendere tutti i soldi necessari alla sua sopravvivenza?

C’era, in Italia, una sola istituzione abbastanza ricca da cui attingere i capitali necessari: la Chiesa.

   E come già era successo nel periodo napoleonico, la Chiesa si ritrovò ad essere oggetto delle attenzioni governative per avviare lo stato sociale della nazione. Solo che questa volta non furono   i soli ordini mendicanti ad essere presi di mira, ma l’intera istituzione Chiesa con il suo ingente patrimonio terriero ed immobiliare.

Per accaparrarsi tale patrimonio, lo Stato italiano, con un’operazione senza precedenti, intervenne pesantemente nell’economia con due leggi eversive: la Legge del 7 Luglio 1866 e quella del 15 Agosto 1867. Con la prima, tolse  il riconoscimento di “ente morale” a tutti gli ordini, corporazioni e congregazione ecclesiastiche acquisendone così i beni che passarono quindi al Demanio dello Stato; con la seconda legge liquidò i beni acquisiti con la prima.

   Questa operazione di vendita si protrasse per anni e va sotto il nome di Vendite Beni dell’Asse Ecclesiastico.

   L’obiettivo delle due leggi era chiaramente la privatizzazione, ossia la vendita dei beni a privati con lo scopo di incamerarne gli utili. In seguito a queste due leggi e all’annessione di Roma al Regno d’Italia (1870), che metteva fine al potere temporale dei Papi, si aprì un profondo strappo tra il Regno d’Italia e il Vaticano che solo nel 1929 è stato ricucito con i Patti Lateranensi.

Nell’ex Regno delle Due Sicilie, la maggior parte del patrimonio terriero era nelle mani del clero.

   La Chiesa carinolese, ricchissima, possedeva centinaia di ettari di terreni, tutto il territorio comunale si può dire, i quali passarono quasi tutti al Demanio dello Stato per essere venduti a privati mediante aste pubbliche che si tenevano a  Carinola, Caserta e Formia.


Avendo già perso con le leggi napoleoniche  circa 673,2 moggia di terreno appartenenti agli ordini mendicanti soppressi, la Chiesa locale fu ‘alleggerita’ ulteriormente, in maniera molto massiccia, non solo di centinaia di ettari di terreno, ma anche di  molti fabbricati  che l’art. 20 della Legge del 1866 concedeva ai comuni previa richiesta di pubblica utilità.  

   Fu così che il 19 Giugno 1869 il Comune comprò il Palazzo Vescovile di Carinola per la somma di   3824,70 lire e quello di Casale per 3107,45 lire mentre l’ 11 Settembre 1873 comprò il Convento per 4200 lire. Il primo divenne Casa Comunale, il secondo Sede del Pretore, poi Scuola Pubblica e Ufficio di Stato Civile e il Convento divenne stazione di monta equina!!!

   Questa massiccia operazione di ‘alleggerimento’ del patrimonio ecclesiastico messo in atto dal nuovo stato italiano, andò però ad arricchire chi era già ricco, ossia i vecchi nobili e la nuova borghesia, i quali potevano permettersi di comprare i terreni messi all’asta, diventando così i nuovi latifondisti della nuova Italia.

   A Carinola molte famiglie di possidenti comprarono i beni della Chiesa carinolese ingrandendosi ancora di più, ma colui che comprò il maggior numero di terreni messi all’asta fu il signor Giuseppe Saraceni che accumulò un capitale terriero non indifferente.
Qualcun altro, come il signor Gaetano Maccarone, di Angelo, su queste vendite ecclesiastiche ci speculava un po’, comprando e rivendendo poi a prezzo maggiorato.

   L’affermazione secondo cui queste due leggi avrebbero avuto il potere di eliminare le differenze sociali permettendo a tutti di comprare terreni, è una delle fole storiche più grosse che siano mai state raccontate. I contadini furono subito esclusi dalle vendite ecclesiastiche a causa delle loro impossibilità economiche e inoltre videro soppressi gli usi civici, ossia quei privilegi secolari di pascolo, raccolta legna ed erba sui fondi altrui che erano stati sempre loro fonte di sostentamento.

   I poveri, perdendo queste elementari forme di sussistenza, divennero ancora più poveri e, per molti di loro, la risposta a questa situazione fu darsi alla macchia andando ad ingrossare le file del brigantaggio.
Ma questa è un’altra pagina.


Clio                                                            
Fonte: Archivio di Stato-Vendite Beni Asse Ecclesiastico

  
NB: il moggio carinolese è di 3.534  metri quadri; il passo di 118 metri quadri, il passitello di 1 metro quadro.

 
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