sabato 6 dicembre 2008

Il Grande Esodo post-unitario


Le ricerche di questa particolare pagina vanno dalla fine del 1800 al 1924 e sono costate qualche anno di lavoro, ma non mi sarebbe stato possibile farle se non avessi avuto l’aiuto e la collaborazione di una mia carissima amica che, per tanto tempo, ha avuto la pazienza di cercare gli emigranti carinolesi negli archivi di Ellis Island. A lei va la mia riconoscenza ed il mio grazie.

Mi sono fermata a quota mille inserendo, per mio interesse personale, anche Sacco e Vanzetti, ma i carinolesi emigrati negli USA sono molti di più. Devo anche precisare che le registrazioni di fine ottocento sono molto approssimative e, pur ritenendo alcuni emigranti originari di Carinola, non ne ho però la certezza. Chi volesse contribuire ad ampliare questa pagina con informazioni e storie o richiedere una ricerca, può farlo attraverso questo sito o scrivendo in privato a: clio@ilquiquiri.com

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L’ emigrazione di fine ottocento e inizio novecento fu uno dei fenomeni sociali più vasti, più tristi e più angosciosi che l’Italia abbia mai conosciuto. Il neo Stato unificato, ancora in fase di assestamento, non fu in grado di garantire la sopravvivenza a tutti i cittadini, soprattutto ai contadini del sud che, privati persino degli usi civici da secoli loro fonte di sostentamento, piombarono in una povertà senza speranza. L’ intero sud si ritrovò in una condizione di arretratezza da cui non si è mai ripreso.

Non ci furono, da parte dello Stato, iniziative governative capaci di rivoluzionare ed equilibrare l’economia e così masse di contadini, condannate alla povertà, intrapresero volontariamente la via dell’emigrazione verso il Nord America o l’Argentina, inseguendo un sogno di benessere che sembrava l’unica l’alternativa alla miseria.

Se da un lato lo stesso governo vide favorevolmente il fenomeno perché allontanava il rischio di esplosioni sociali e contribuiva al riequilibrio dell’economia mediante le rimesse degli emigranti, dall’altro dovette rendersi conto che la continua emorragia della forza lavoro verso il nuovo mondo era una vera calamità per l’agricoltura perché lasciava le campagne deserte e prive di manodopera.

Infatti, dalle province del sud Italia, a lungo tartassate dalla malaria, dalla povertà e dall’analfabetismo, grandi masse di contadini si diressero verso il nuovo mondo in crescita e che offriva tante possibilità di lavoro. Cifre da capogiro: un milione di italiani nelle ultime due decadi del XIX secolo e più di tre milioni nelle prime due decadi del XX secolo.

Terreni e masserie furono lasciate deserte, senza più lavoranti, e interi villaggi senza gente.

L’ideale dell’emigrante era quello di guadagnare abbastanza dollari per poter tornare in patria, comprare una casa, un pezzo di terreno e vivere tranquilli per il resto della vita. Migliaia lo fecero, ma milioni di altri rimasero per sempre in America e il prezzo pagato non fu affatto piccolo, sia per chi partiva sia per chi rimaneva.

Famiglie intere furono per sempre spezzate e gli affetti divisi: affetti di madri, di padri, di fratelli e sorelle, di figli e soprattutto di mogli.

Si crearono in Italia eserciti di “vedove bianche” che non videro più tornare i loro mariti, padri dei loro figli, perché di loro si erano perse per sempre le tracce o avevano formato altre famiglie.

Altre “mogli”. Altri figli.

La separazione di per sé fu molto difficile e sofferta, drammatica conseguenza dell’emigrazione.

I contadini furono costretti a lasciare case e villaggi che non erano semplicemente dei luoghi, ma erano comunità in cui era racchiuso un intero modello di vita e di valori a cui erano ancorati. Lasciarono monti e campi familiari, i cimiteri in cui riposavano i loro cari, le chiese, la gente, gli animali, gli alberi che avevano da sempre conosciuto e che facevano parte dell’intimo contesto del loro essere, per ritrovarsi in un mondo completamente diverso, dove nulla era loro familiare e dove l’impatto culturale poteva essere drammatico.

Sradicati da tutto questo, impreparati al nuovo sistema di vita, si ritrovarono in un prolungato stato di crisi, per mesi, per anni, sospesi tra il vecchio e il nuovo, letteralmente in “bilico” tra un mondo e l’altro. Solo chi fu in grado di adattarsi alle nuove condizioni e alle nuove sfide fu capace di assorbire l’inevitabile shock della migrazione e crearsi, di conseguenza, una vita.

Il Comune di Carinola, con tutte le sue frazioni, non fu affatto estraneo al fenomeno dell’emigrazione. I carinolesi partirono insieme a decine, a centinaia, tentando la grande avventura.

C’era probabilmente sul territorio, qualcuno che aveva sostituito l’antica figura del ‘caporale’ con una specie di ‘agente di viaggio’ per far fronte alle nuove richieste commerciali e che procurava biglietti sulle navi in cambio di un piccolo utile personale. Grazie all’aiuto di queste persone, centinaia di carinolesi lasciarono Carinola, Casale. Casanova, Falciano, Nocelleto, S. Bartolomeo, S. Croce, S. Donato, S. Ruosi e Ventaroli per luoghi lontani, appoggiandosi ai compaesani che li avevano preceduti e che offrivano volentieri il loro aiuto.

Gli anni ‘clou’ furono il 1905 e 1906. In quegli anni navi intere, piene di carinolesi, trasportavano il loro carico di speranza verso l’altra parte del mondo. Solo nel 1906 partirono, durante lo stesso viaggio con la nave Indiana, più di 50 carinolesi. Tutti uomini.

Il nostro Comune conobbe il dramma della separazione, l’angoscia di vecchi padri e madri che non videro più i loro figli, di mogli che non videro più i loro mariti, di figli che non conobbero mai i loro padri.

Se da un lato l’America rappresentò la realizzazione di un sogno di benessere a lungo agognato, dall’altro essa rappresentò l’allontanamento definitivo dai propri cari e dalle proprie radici.

Qualche carinolese non resistette a questo violento sradicamento dalle rassicuranti abitudini secolari a cui era abituato e nel nuovo mondo ci lasciò ben presto la vita.

Ma questa è un’altra pagina.

Clio 
Fonte: Archivi di Stato di Caserta e Napoli; Ellis Island Passenger Records

 
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