mercoledì 18 febbraio 2009

I Sette Ministri


C’era un sole accecante il giorno che decisero di trascinare in strada i sette ministri per fucilarli.Uno di questi aveva come una febbre tifoide e stava morendo. Tossiva rumorosamente e aveva la faccia rubizza. Soffriva già di suo così vistosamente che i soldati esitarono un poco prima di metterlo in riga con gli altri perché gli pareva di fargli un piacere a ucciderlo a quel modo.

Allo stesso ministro sembrava non importare e non riusciva a stare in piedi, alla fine dovettero sparargli dall’alto verso il basso, come si fa con una bestia alla quale si vuol bene e non si vuole che soffra ancora.
Affrontarono la fine con coraggio, erano il vecchio regime che veniva eliminato ed era giusto che non si lasciassero andare. Mantennero una certa distanza dalla morte, e l’affrontarono con rigore. Sapevano che le cose non sarebbero andate meglio di come andavano prima, perché una crisi profonda come quella che si erano trovati ad affrontare non si risolve accoppando qualche ministro, ma tutto quel trambusto era una cosa nuova e la gente parve vederci una soluzione.
Fu una mattanza rapida, senza ultimi desideri. Nessuno di loro disse niente, e quando uno dei ministri, quello più esile, esperto di pubblica amministrazione, sembrò voler lasciare un messaggio, o semplicemente dar vita ad un estremo lamento per come erano stati trattati, il leader Mariano gli seccò la gola con uno sguardo, così di tutto quello che avrebbe voluto dire, non restò che uno starnuto. Qualunque cosa avessero detto, in quel luogo senza claque, si sarebbe mischiato alla polvere, mentre se qualcosa in quella cava sarebbe potuto rimanere, quello era certamente il silenzio. Lasciar parlare solo i passi della milizia, e i loro grilletti arrugginiti, solo il latrato dei cani in attesa di cibo servito al volo, lasciare sfogo a quegli attimi tanto contriti quanto tristi, questo sarebbe potuto rimanere, non il lamento o il rimprovero inutile dell’ultima ora.
A sparare erano in otto, ed erano tutti volontari, qualcuno si sarebbe beccato qualche pallottola in più.
I sette ministri indossavano il saio ufficiale, mentre i fucilieri, radunatisi in fretta, indossavano abiti civili e diversi. Non essendoci stato il tempo di escogitare una divisa, erano venuti a cambiare la storia con camicie a quadroni e pantaloni di velluto a coste. Erano all’incrocio senza cappello e le redini in mano. Quando fu il momento lo capimmo dagli uccelli che si sparpagliarono allarmati dagli scoppi dei fucili. Udimmo gli spari in lontananza e tutti ebbero solo voglia di tornare a casa.
Le rivoluzioni serie si fanno con le armi, perché da quelle serie non si torna mai indietro tutti interi.
La moglie di uno dei ministri, paradossalmente il più vecchio, che si occupava di agricoltura, aspettava un bambino. Per mesi non si era fatto altro che speculare. Si diceva che avesse pagato un ragazzo affinché gli desse un erede. Si era soliti aggiungere che lo avesse pagato più del pattuito, e che lo avesse poi costretto a lasciare la zona perché diversamente da quanto aveva immaginato, non ne reggeva la vista. Ma queste erano chiacchiere e nessuno poteva davvero sapere quanto fossero vere. Ciò che restava con certezza era una moglie gravida di troppo dolore e il desiderio di un figlio tanto a lungo covato che a niente era servito. Questi uomini non erano stati presi durante il sonno, strappati alle loro famiglie nel cuore della notte, ma per una barbara e forse anche sadica ragione, si era lasciato che sapessero, che trapelasse la notizia che presto sarebbe accaduto ciò a cui adesso assistevamo. Sapevano che non sarebbero scappati, e forse in qualche modo se lo auguravano, per poterli così più facilmente denigrare. Proprio perché lo sapevano, era probabile che ognuno di loro avesse fatto qualcosa che gli sarebbe mancato, come fare sesso o farsi una bella abbuffata, ma mi piaceva credere che fossero giunti alla risoluzione timorati e puri e non sudici e spavaldi.
I corpi furono ammassati uno su l’altro, e furono bruciati con la benzina. I cani ci restarono male e presero a guaire per il tanto spreco. A ognuno di noi sembrò oltraggioso non poterli piangere su una tomba, ma non lo dicemmo. Immagino che la storia in divenire tenda a voler cancellare quello che solo dopo con tanto sforzo cercherà di ricostruire e ricordare. Forse un giorno qualcuno avrebbe sentito il bisogno di chiedere scusa per quanto avveniva, ma sapevamo che nessuno di noi sarebbe mai vissuto tanto a lungo.

Pier Angelo Consoli

 
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