martedì 17 marzo 2009

Piccola storia del Convento di S. Francesco – parte II

Il secolo dell’amarezza


Trattando questa pagina soprattutto il periodo del decennio francese, è opportuno precisare, per i più pignoli che potrebbero incontrare nelle loro letture delle discrepanze, che le leggi napoleoniche sulla soppressione degli ordini mendicanti furono diverse e non una sola. Si parte dalla legge generale del 1806 a cui man mano si aggiunsero i vari Real Decreti per la soppressione dei vari Ordini: gesuiti, benedettini, domenicani e francescani. A questi si aggiunsero ulteriori specifici Real Decreti per la chiusura di specifici Conventi.

Ringrazio il dott. Antonio Taccone dell’Archivio di Stato di Caserta per la squisita disponibilità e i chiarimenti in materia.


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Il forte vento di modernità e di anticlericalismo, originatosi in seno alla rivoluzione francese, portato da Napoleone investì tutta l’Europa con la forza di un ciclone. Nel suo occhio venne a trovarsi tutta la Chiesa e in particolare gli ordini mendicanti, vittime dello spirito riformista francese a cui facevano molto comodo conventi e monasteri da destinare a usi diversi da quello religioso.


La Legge sulla soppressione degli ordini mendicanti francescani che si era delineata all’orizzonte come uno spauracchio, nel nostro Comune fu portata ad esecuzione nel 1813.


I frati più istruiti del Convento di S. Francesco avevano seguito attentamente le altalenanti vicende politiche europee e nazionali, sperando che quell’infausto Real Decreto del 7 Agosto 1809, che voleva soppresse tutte le famiglie religiose dell’Ordine Francescano, non facesse in tempo ad essere applicato.


E invece prima arrivò il Real Decreto del 13 Settembre 1810 che disponeva la chiusura del Convento e poi i soldati francesi che lo mettevano in esecuzione.


I soldati, resi ancora più aspri dalle drammatiche vicende politiche che si andavano delineando sempre più chiaramente, cacciarono via i pochi ricalcitranti frati rimasti e diedero alle fiamme ciò che poteva essere bruciato.


Fra’ Cherubino, fra’ Alberto, fra’ Fortunato, fra’ Alessandro, fra’ Giuseppe, frate Angelo, frate Antonio e fra’ Giovanni erano stati costretti a scegliere tra la secolarizzazione o l’inserimento in altre famiglie religiose non toccate dalla Legge e, quando le truppe francesi arrivarono, in Convento c’erano solo tre di loro.


Il Convento fu chiuso e chiuso fu l’Ospizio borbonico ai Carani di cui si occupavano i frati del Convento di S. Agostino di Sessa.
Le rendite del Convento, stimate 300 ducati annui e che comprendevano anche 4 moggia di terreno di I classe e 15 moggia di terreno di seconda classe, passarono “alla” Comune di Carinola.
A quale uso fosse destinato il Convento non si sa, probabilmente a carcere, data la sua struttura e la sua ubicazione isolata. Fatto sta che la scena politica cambiò velocemente quello stesso anno con la sconfitta di Napoleone a Lipsia nell’ottobre del 1813 e tutto rimase in una posizione di stallo.


Nessuno si occupò più del Convento per molti anni; non il Clero, preoccupato di mettere al sicuro le sue proprietà da altri eventuali attacchi e perdite; né “la” Comune di Carinola, impegnata a delineare ancora una volta il proprio assetto politico ed amministrativo; né il Re anche lui occupato a riorganizzare tutto il suo Regno.
Chiuso al culto, abbandonato per ben 28 anni all’inclemenza degli agenti atmosferici e all’incuria degli uomini, il Convento andava lentamente, ma inesorabilmente degradandosi. Sarebbe sicuramente andato perduto se non fosse intervenuto l’interesse e l’amore popolare che ne chiese a gran voce al re, Ferdinando II di Borbone, la riapertura.


Dopo anni di continue ed insistenti richieste, il re concesse la sospirata riapertura del Convento con il Real Decreto del 10 Giugno 1838, ma le rendite, ora ridotte a 13 ducati annui, furono assegnate alla povera Mensa Vescovile d’ Ischia.
Dopo la riapertura, ben 11 frati tornarono ad animare il Convento, poi divennero 18 e infine 9.


Per permettere la loro sopravvivenza, il Comune di Carinola si accollò la somma di 20 ducati annui da passare ai frati, a cui andavano aggiunti i 13 ducati da passare alla Mensa Vescovile d’Ischia.
La vita sembrava essere infine ritornata tra le mura dell’antico nostro Convento e la popolazione era molto soddisfatta della tranquillità apportata in paese dai frati. Ma era una tranquillità effimera, di breve durata. Un altro doloroso scoglio si stagliava all’orizzonte per il Convento: l’Unità d’Italia.
Clio


vedi documento : frati schedati




 
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