martedì 3 marzo 2009

Più ci speri e più non succede.




“Cosa c’è?” chiese con fare distratto, come se non volesse saperlo davvero, ma volesse solo riempire un imbarazzante silenzio. Alzando lo sguardo la vide in una penombra di Murnau e gli sembrò interessante, ma non era interessante, non lo era più.

“Sei preoccupato?”

“Si” disse “non credo che Christian manderà i soldi “

“i soldi, i soldi, sembra che non bastino mai e tu poi sembri così venale a volte”

“che vuoi dire?”

“Lascia stare”

“no, sul serio, voglio saperlo”

“è che certe volte sembri infelice solo quando non ne hai.”

Restarono entrambi in silenzio per qualche secondo, come se lei gli avesse fatto una confessione che non si attendeva, aveva detto certe volte, come se volesse evitare di dire sempre, quasi che cercasse di rendergli il boccone meno amaro.

“E’ chiaro che non sai di che parli” la liquidò, ormai era quasi seccato e avrebbe preferito restare da solo, ma non le disse di andarsene perché in fondo gli faceva ancora un po’ paura restare da solo, per via di tutta la malinconia che gli procurava.

“E poi” disse lei “potresti sempre provare a scrivere qualcosa di sconcio, come fanno tutti.”

Era vero, aveva sentito che diversi scrittori si guadagnavano la vita così, che c’era un tale, che si chiamava Girodias che pagava anche abbastanza bene. Aveva in bocca un gusto ferruginoso che gli saliva dallo stomaco, restò un istante ad assaporarlo, sembrava stesse davvero valutando quello che Marie le aveva detto, ma non era vero. Marie si mise a sedere sulla sedia vicino alla scrivania, c’erano dei fogli sparsi, ma tutto sembrava ormai privo d’interesse, come se non ci fosse niente da fare sul serio, e come se da nessuna parte in quella stanza fosse possibile spremere denaro. Era un uomo sconfitto, o almeno così sembrava a Marie, lei che una volta gli aveva persino visto vincere un incontro importante e lo aveva visto ridere. Era cresciuta nel mito hemingwayano e si era fatta l’idea che un uomo dovesse sempre trovare il modo di farsi valere e di resuscitare con un colpo di frusta, darsi una scrollata e rimettersi in sesto. Quando ne avevano parlato, nel caffè algerino, lui non le aveva dato retta, limitandosi a smontarla.

“A volte ho solo voglia di tornare in Germania” disse lui scuotendo il capo da sinistra a destra.

“Credo sia ora di andare” disse lei, lui non disse niente e anche se avrebbe voluto che lo abbracciasse e lo salvasse dalla sua solitudine, non disse niente e lasciò ancora una volta che una cosa voluta scomparisse dai suoi desideri schiacciandola come se invece non la volesse affatto.

Mentre si allontanava lei disse, ma senza rivolgergli lo sguardo, “forse dovresti solo farti una bella scopata, e tutto tornerà a posto.”

Quando fu fuori dalla stanza prese una delle zollette di zucchero che teneva in una scatola di latta e se la mise in bocca. La luce era spenta e non aveva voglia di accenderla, era presto e a Parigi la luce resiste fino a tardi, solo che la sua stanza dava sul cortile e non era mai troppo illuminata. Era una cosa che alla lunga potrebbe far male, ma lui non vi sarebbe rimasto per molto e certe volte la luce scarsa gli sembrava una cosa affascinante. Lungo il corridoio si sentirono i passi di qualcuno, sembravano due ragazzi, parlavano in inglese, gli riuscì solo di capire “Parigi è una merda” e “era meglio il Canada” anche se di quest’ultima affermazione non poteva essere troppo sicuro. Cercò di darsi una mossa, improvvisamente gli venne voglia di fare quattro passi. Si alzò per prendere il cappello, indossandolo scrutò il suo volto nel piccolo specchio, forse non pesava più di sessanta chili adesso e di sicuro non sarebbe potuto tornare a combattere in quelle condizioni. Prima che riuscisse ad uscire, bussarono alla porta. Era Maurice, un marocchino che viveva sulla rive gauche. Era vestito sempre elegante, certe volte portava a spasso persino un ridicolo bastone col pomello in ambra. Nessuno sapeva bene dove prendesse i soldi, ma giravano voci poco lusinghiere sul suo conto. Aveva una posa arrogante e non gli piaceva. Era stato un pugile professionista e se voleva sapeva che avrebbe potuto stenderlo anche in quelle condizioni, ma tuttavia era incuriosito e voleva sapere cosa era venuto a fare.

“Dicono che stai messo male” disse

“chi lo dice?”

“tutti e nessuno…”

Maurice prese a girare per la stanza semibuia, lui si chiese se fosse stata Marie, se la immaginava sul lungosenna, con fare da puttana, arricciolandosi una ciocca di capelli mentre rivelava a quel bamboccio particolari sul suo malumore.

“E’ stata Marie a mandarti qui?” Disse, pentendosene subito perché gli sembrò di aver abboccato a un bluff.

“No, sono venuto da solo.”

Sembrava la trama di un film, col personaggio esotico che esitava a dire quello che era venuto a fare, inchiodando gli spettatori alla sedia.

“Posso sedermi?” chiese.

Restarono a luci spente, Maurice era seduto sulla stessa sedia su cui prima era seduta Marie, lui tornò a sedersi sulla stuoia dove era solito prendere il tè con gli americani del piano di sotto.

“E così ti sei messo a fare lo scrittore” disse, dando una rapida occhiata ai fogli sparsi sulla scrivania, aveva un’aria di sfida malcelata che gli faceva rabbia.

“Fai bei soldi?” Chiese. Lo stava prendendo in giro, ma la cosa che maggiormente lo irritava era questo suo temporeggiare. “Che c’è Maurice? Che sei venuto a fare?”

“Va bene, va bene, arrivo al dunque. So che hai bisogno di soldi, io invece ho bisogno di qualcuno, uno pulito, svelto, che capisce al volo, sono soldi facili facili, che ne dici?”

“Che ne dico di che?”

“Si tratta di fare un lavoretto al porto”

“vuoi che faccia del lavoro sporco?”

“Si tratta di dare un avvertimento, c’è un tale che deve dei soldi ad un amico, devi solo mettergli paura, niente di più, sei stato un pugile, ti ricorderai come si danno quattro ceffoni ben assestati.”

“Allora che ne dici?”

“Quanto?” Disse

“cinquanta.” Restò con lo sguardo nel vuoto, per un attimo gli venne da pensare al mare, a come lui lo aveva conosciuto, dal pontile di una barca.

“Credi siano pochi?”

“Non è per i soldi, non è quello, è solo che preferirei stare fuori dai guai, mi dispiace”

“lascia perdere, come non detto, troverò un disperato con più fegato da un’altra parte, stammi bene Nazista.”

Avrebbe davvero voluto dargli una lezione, lì, in quello stesso momento, ma sapeva che Maurice era una canaglia della peggior specie e non voleva guai. Gente come lui era persino convinta di essere nata dal giusto lato dell’umanità. Se fossero stati in America lo avrebbe sbattuto spalle al muro e gli avrebbe strappato quel tono arrogante a suon di pugni, ma erano in Francia e lì uno come Maurice gli faceva paura. Era a stomaco vuoto e si sentiva già stanco.

Quando Maurice se ne fu andato, cercò di mettere ordine nelle sue emozioni, per certi versi si sentiva un naufrago.

Senza nemmeno rendersene conto si scoprì a gironzolare lungo il perimetro della stanza. Quando fu vicino alla scrivania toccò i suoi fogli disordinati con le dita, alla fine li prese e li sistemo, facendoli sbattere in piedi sul legno, come se fossero dei piccoli menhir. Aveva dentro una sensazione sgradevole che non lo abbandonava. Si sentiva sconfitto e impotente. Aveva fatto molti incontri a Pasadena, ma non ne aveva vinti tanti. Conosceva quella sensazione perché tante volte l’aveva incontrata sul ring. Si faceva chiamare il nazista, per darsi un contegno da ariano e da duro. Non era stato un gran che come pugile e per fortuna se n’era accorto prima di farsi ammazzare. Sperava di valere di più come scrittore, ma questa è una cosa che non si poteva veramente sapere. Aspettava dei soldi dall’America, ma sapeva che Christian non glieli avrebbe mandati. Non erano molti soldi, e per via del cambio particolarmente sfavorevole sarebbero stati anche di meno, ma adesso gli sarebbe piaciuto averli in tasca comunque. Se la Germania certe volte gli mancava, allo stesso modo capiva che la Germania non era il suo posto. Neanche l’America era stata il suo posto e forse nemmeno la Francia lo era. L’hotel dove viveva adesso costava poco, ma ovunque palesava una miseria che proprio non riusciva a trovare romantica. C’era un solo bagno per piano, era sempre sporco e spesso intasato. I gatti di madame Rachou erano sempre in giro a pisciare e a lamentarsi, la vernice sui muri era piena di bolle e certe pareti erano così vecchie da essere diventate friabili e molli. Era sulla rive gauche, al 9 di rue Git-le-Coeur. Sempre pieno di sfollati e spiantati da tutto il mondo, senza una vita. La miseria gli pesava, non era mai riuscito ad abituarcisi e si stupiva di come invece gli americani sembravano proprio sentircisi a loro agio. Per qualche giorno era stato vicino di stanza un certo Bernard Moscovitch, non sapeva se era russo o americano, anche lui si teneva a galla scrivendo sotto falso nome per quello strozzino di Girodias. Lo aveva visto e si erano messi a parlare, niente di serio, solo qualche battuta, poi era sparito, o forse quella pazza di madame Rachou lo aveva cacciato, che era una cosa che poteva capitare. Una sera lo aveva rivisto in un caffè insieme a dei ragazzi canadesi, i loro sguardi si erano incrociati ma niente di più.

Marie invece la conosceva dai tempi di Pasadena, qualche volta aveva sventolato i cartelli tra una ripresa e l’altra. Una volta erano persino finiti a letto insieme, una sera che aveva vinto un incontro importante e aveva portato tutti fuori a bere, era sul serio convinto che ne avrebbe vinti degli altri, ma non successe. Poi era sparita e per puro caso si erano rincontrati a Parigi, dopo quasi un anno da quella sera. Era una ragazza strana e non sapeva se in condizioni diverse e con maggior fortuna, se ne sarebbe potuto innamorare.

Era ormai a spasso da più di mezz’ora e lo stomaco si faceva sentire, non gli era riuscito di trovare nessuno e non sapeva più dove cercare. Alla fine decise di riposarsi su una panchina e per la prima volta si sentì povero davvero. Doveva escogitare qualcosa o si sarebbe ritrovato davanti al portone di una chiesa. Forse lo avrebbe scritto un romanzo per Girodias, e forse se non lo aveva ancora fatto era perché temeva che se anche quello strozzino gliel’avesse rifiutato si sarebbe sentito davvero spacciato, così se lo lasciava come scialuppa, facendo solo la figura del coglione e del bigotto perché faceva la fame pur di non scrivere certa robaccia.

Avrebbe potuto cercarsi un lavoro come un altro e farla finita con quella storia del pugile che smette di boxare per fare lo scrittore, se l’era raccontata un mucchio di volte e adesso si chiedeva se fosse l’unico a crederci ancora. Ormai sembrava solo una di quelle cose che sempre si spera succeda e più ci speri e più non succede.



Pierangelo Consoli

 
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