lunedì 8 giugno 2009

E il bauscia abbassò le orecchie


Il risveglio non è stato così doloroso come ci si aspettava. Sondaggi impazziti (commissionati chissà da chi) ed exit pool arrangiati in fretta e furia pochi minuti dopo la chiusura delle urne sparavano cifre allarmanti di un Pdl lanciato verso quota 43%. Un plebiscito annunciato da far tremar le vene e i polsi. Poi fortunatamente, col passare del tempo e con lo spoglio dei primi dati reali, si è capito subito che era stata tutta una bufala e che il tronfio trionfo dell'imperatore assoluto si sarebbe ridimensionato in una più compassata "vittorietta", facile facile, più per pochezza dell'avversario che per merito proprio.

E sì, perchè a guardare i freddi numeri, il Cavaliere ha ben poco da rallegrarsi. Il suo Popolo della Libertà, contrariamente a tutte le previsioni altisonanti, strombazzate da ogni pulpito possibile e immaginabile, persino dalle macerie fumanti dell'Abruzzo, che fantasticavano di un consenso "quasi imbarazzante" al 75%, ha ridotto i ranghi e ha dato segni di smottamento. A poco più di un anno dalle elezioni politiche del 2008 e a pochi mesi dalla fusione ufficiale di An con Forza Italia, il Pdl è sceso dal 37,4% al 35,2%, con un calo di più di due punti percentuali. Una piccola sconfitta, a ben vedere, che già suscita malumori e nervosismi all'interno del partito. A fronte soprattutto delle aspettative ultra-ottimistiche del nostro premier, che, da buon bauscia milanese, aveva fatto credere agli Italiani di essere lì lì per ottenere la maggioranza assoluta nel paese. "L'obiettivo è il 51%", aveva dichiarato. Beh, per ora, nemmeno con il binocolo. Una bella ridimensionata del tutto salutare, che non può che far bene alla democrazia.

Significa che il paese non è ancora rincoglionito del tutto. Qualche flebile speranza esiste ancora. Ad analizzare le cifre, si scopre che a tradire il premier è stato soprattutto il sud, in cui l'affluenza è stata scarsissima, ben al di sotto del 50%. Ma non può essere semplicemente l'astensionismo del sud, in cui comunque il Pdl ha sfondato quota 40%, a giustificare il passo indietro del cavaliere. La verità è che la sua Sicilia, dove l'anno scorso aveva ottenuto un altisonante 46%, ha deciso di voltargli le spalle e l'ha punito sonoramente facendogli perdere qualcosa come 13 punti percentuali a favore del Movimento per l'Autonomia di Raffaele Lombardo. Un travaso di voti non certo casuale dopo gli scontri interni dei giorni scorsi, che hanno portato l'MPA a gareggiare da solo e anzi contro coloro che fino a un giorno prima erano stati fedeli alleati. Berlusconi ha sbagliato completamente le mosse, ha creduto di essere padrone della Sicilia e ha rotto con Lombardo come se niente fosse, dimenticando forse chi comanda in quelle zone. E non aggiungo altro.

A rendere ancora più amara la vittorietta del Pdl e a turbare i sonni di Berlusconi è l'affermazione straordinaria della Lega Nord. Un partito che ha saputo attrarre a sempre più consensi, rubati ora all'alleato Pdl, ora all'avversario Pd. La quota raggiunta del 10,2% con un aumento di due punti rispetto alle politiche del 2008 è un segnale fortissimo. La Lega spadroneggia al Nord, in cui ottiene consensi unanimi lungo tutto l'arco alpino attorno al 19-20%, con punte vicine al 30% nel Veneto. Al di sotto del Po invece scompare miseramente, racimolando un 3% al centro e praticamente nulla al sud e nelle isole. E' un dato che fa riflettere. Si dice che i consensi siano una conseguenza della linea dura (almeno a parole) contro i clandestini e i rom e una richiesta forte di sicurezza urbana. Ci sarebbe da dedurre allora che solamente nelle valli padane viene percepito questo senso di insicurezza e questo bisogno di farla finita "con i clandestini che rubano e stuprano". Eppure la stampa ci ha raccontato nei dettagli numerosi episodi di violenze ben al di fuori dei confini nordici e di sbarchi continui sulle coste della Sicilia e della Puglia. Forse che in quelle zone gli sta bene vivere a contatto con i clandestini e accettano di buon grado gli stupri "alle loro donne"? Non credo.

E' che nel nord bauscia e ricco e nelle valli padane abbastanza ignorantotte ma incredibilmente orgogliose della loro identità si insinua sempre più convinta l'idea che l'essere "cattivo" faccia figo e che il buonismo sia per poveri sfigati. La moda del "politically incorrect" tira di brutto, soprattutto tra i figli di papà (sia di destra che di sinistra, si intende), che gongolano al pensiero di giocare alle secessione dai terroni e a guardie e ladri con gli extracomunitari. La cosa che dovrebbe far più scalpore è come il voto alla Lega venga percepito ancora (anzi, oggi più che mai), come un voto di protesta. Sembrerebbe incredibile, ma dopo aver passato quindici anni a banchettare abbarbicati alle poltrone di Roma ladrona, i leghisti sanno mantenere ancora un'aurea di innocenza rivoluzionaria.

La maggior parte di coloro che aderiscono a questo partito lo fanno soprattutto per una forma di delusione nei confronti di una politica (sia berlusconinana, sia sinistroide) che vedono troppo ingabbiata, immobile, burocratica. La Lega dà invece al proprio elettorato l'idea di essere un partito dinamico, fuori dagli schemi, che parla in dialetto come la gente del popolo, che chiacchiera poco e che agisce molto. Fa niente se poi la realtà è completamente opposta. Questo è il messaggio che passa e che attira sempre più persone, deluse e disilluse. Per Berlusconi sarà un bel grattacapo tenere assieme l'alleanza con un partito che verrà a batter cassa sempre più insistentemente e che su molte questioni di fondo ha visioni diametralmente opposte (vedi Turchia). E avrà anche un bel grattacapo a tener a bada la fronda interna di Alleanza Nazionale, che ha accettato con il mal di pancia di sparire e sciogliersi nel Pdl e che ora potrebbe temere di essere trascinata in basso da una caduta di popolarità del premier a favore degli odiati alleati leghisti.

Proprio per questo, come immaginavo, il miglior modo che gli elettori disorientati del PD avevano per mettere in difficoltà Berlusconi era votare Lega. Non sto scherzando. E credo che un po' sia successo veramente.

Due parole sul partito democratico. C'è una cauta soddisfazione al quartier generale. La parola d'ordine è: "Berlusconi non ha sfondato. Abbiamo tenuto. ". Bisognerebbe capire che cosa hanno tenuto. Perchè sono dichiarazioni decisamente ridicole. Il crollo rispetto a un anno fa è stato di 7 punti percentuali tondi tondi. Se non è una disfatta rovinosa questa. Se hanno tirato un bel sospiro di sollievo ad aver ottenuto un misero 26%, c'è da immaginare allora che i vecchi marpioni del Pd si aspettavano addirittura qualcosa di molto peggio. Non so, probabilmente pensavano di scomparire del tutto. Una bella coda di paglia. E dire che, a quanto pare, Franceschini negli ultimi mesi ha recuperato consensi. Non oso immaginare a che livelli infimi di popolarità l'avesse portato Veltroni attorno a dicembre-gennaio. Questo per chi rimpiange o giustifica ancora il nostro Walter, che in pochi mesi è riuscito nell'ardua impresa di dilapidare milioni di consensi. A futura memoria di chi auspica ancora un dialogo con lo statista.

Ma la vera vincitrice morale di queste elezioni è senza dubbio l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Il suo partito ha praticamente raddoppiato le preferenze rispetto a qualche mese fa, schizzando ad un incredibile 8%. Tutto come da copione. Voti in gran parte rubati al Pd con qualche frangia di sinistra più estrema e addirittura di cani sciolti provenienti da Alleanza Nazionale. Il dato che mi sembra più importante constatare è il fatto che l'Idv sia un partito senza frontiere, nel senso che è distribuito in modo omogeneo sul territorio con punte del 10% nel sud. Evidentemente le idee che lo sostengono non sono legate a "nazionalismi interni", al contrario per esempio della Lega, ma parlano al cittadino italiano in generale. I temi della giustizia, della legalità, della lotta alla mafia, conditi da un sano antiberlusconismo come forma mentis, sono un mix che viene apprezzato da nord a sud, da est a ovest. Questo mi fa pensare che l'Idv ha una base molto più concreta e solida su cui costruire, rispetto ad altri partiti che cavalcano le onde emozionali del momento (vedi la Lega con i clandestini).

E' ancora più straordinario il risultato dell'Idv se si pensa all'oscuramento mediatico a cui è sottoposto. Senza aver alcuna visibilità sui giornali, dove anzi è stato spesso fatto oggetto di attacchi denigratori e campagne feroci sia da destra che da sinistra, e con una minima visibilità televisiva (qualche comparsa a Ballarò e Annozero), il partito di Di Pietro ha raddoppiato i consensi. La spiegazione è subito trovata. Il popolo che vota Di Pietro è principalmente giovane e informatizzato. Ha maturato il suo appoggio all'Idv spegnendo la televisione e informandosi in rete, dove la propaganda berlusconiana è nuda e sbugiardata nella sua falsità.

Ora sta a Di Pietro mettere a frutto questo patrimonio di consensi. La strada è tracciata e non può più tornare indietro. L'annuncio che alla prossima tornata elettorale verrà tolto il suo nome dal simbolo del partito è, credo, un segnale incoraggiante. Questo partito, se veramente vuole crescere e creare qualcosa di nuovo, deve assumere al più presto una dimensione più ampia. E per farlo è necessario un passo indietro proprio di colui che ne è stato l'ispiratore. Non credo che l'uomo Di Pietro, con tutti i suoi limiti, possa ottenere più di quanto ottenuto in queste ultime elezioni. Perchè, intendiamoci, finora il partito Idv è coinciso esattamente con l'uomo Di Pietro. Ora io credo, e credo che l'abbia capito lo stesso Di Pietro, che il partito è maturo per fare il salto di qualità e diventare veramente la piattaforma su cui la società civile, quella migliore, quella onesta, quella dalla parte della legalità, quella informata e attenta che ha voglia di scardinare il sistema corrotto e clientelare, possa salire e ottenere visibilità e forza.

Il compito di Di Pietro nel futuro sarà quello di ripulire le basi del proprio partito dagli arruffoni e dai furbastri, riciclatisi e saliti a tempo sul carrozzone. Deve avere il coraggio di rinnovare mano a mano comitati e consiglieri comunali attraverso un monitoraggio attento e selettivo alla radice. Il giocattolo che ha in mano è delicato e importantissimo. Di Pietro ha il dovere di non tradire la fiducia di quella che io ritengo la parte più sana della società.

Noi saremo qui a vigilare. Non ci si può permettere più alcun errore.

Federico (con suo permesso)

da Verra' un giorno

 
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