giovedì 18 marzo 2010

Di Stato si muore, in silenzio

Sono trascorsi all’incirca 146 giorni dalla morte del giovane Stefano Cucchi ammazzato dalle mani dello stato e come succede in Italia non c’è nessun responsabile e sempre come succede in Italia non se ne parla più. Il pestaggio di Stefano, da parte delle guardie carcerarie, è doloroso quanto il silenzio di questi 146 giorni che “risolve” una storia scomoda, una storia che in un paese civile si concluderebbe con dei responsabili e con delle condanne esemplari ma siamo in Italia, dove la dignità, la libertà, la vivacità mentale cede il posto ad un ammorbante, anestetizzante silenzio. Le cose in questo paese non si risolvono: si dimenticano, vengono messe a tacere e se proprio il cerotto messo sulle bocche non basta allora si dissimula, si ridicolizza per poi, dunque, chiudere tutto nel solito e funzionale fagotto del silenzio.
Stefano, morto a ammazzato dallo Stato, viene ancor di più umiliato con questo silenzio maligno che offende i familiari della vittima e offende coloro che, nonostante tutto, ci credono ancora in quella cosa che si chiama Italia, ormai solo una parola, solo una vecchia idea. Nessun responsabile, nessuna condanna, seppur minima per coloro che follemente hanno massacrato nell’umido di una cella un nostro coetaneo descritto all’indomani dei fatti come un malato, un drogato e che dopo tutto se l’è cercata. Giorno dopo giorno i cari di Stefano cercano giustizia o più semplicemente una piccola verità tra le menzogne dichiarate dai vertici statali che pur sapendo stanno zitti. Una piccola verità che proprio il carnefice, cioè lo stato, dovrebbe dare ai genitori di Stefano che silenzio dopo silenzio non vogliono dimenticare e far dimenticare come è morto il proprio figlio.
 
St. e F.

 
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