venerdì 29 ottobre 2010

(Sogniamo di scrivere il nostro futuro)


La Statua di Re Lear a Chicago

Parliamo subito di Carinola, terra bruna, assolata e addormentata. Ma ricca. Ricchissima e verde, abitata da troppi sognatori, ma anche da gente abietta, da molti indifferenti e da pochi coraggiosi. E se dimentichiamo qualcuno, lasciamolo pure dormire ancora. Una domanda giusta credo, quella di domandarsi che cosa si desidera. Ma lo stesso vale per chi ha bisogno di andarsene via. Lontano. Ma tornerà?Chissà…

“Il desiderio è la vita - diceva ieri sera al Teatro Nuovo un meravigliante Albertazzi - finchè si desidera si è vivi”. Questa breve battuta, ma carica di significato, detta alla fine di un così trascinante adattamento di Lear (da William Shakespeare, realizzato da Antonio Latella e Ken Ponzio) mi ha aperto improvvisamente gli occhi, più di quanto non li avessi già. Una rara sensazione dentro una visione altrettanto irripetibile. Perché in fondo questo è il teatro, così come la vita. Un soffio di parole che si possono ascoltare come un battito d’ali.

Parole a cui seguono belle cose.

Ma dicevamo dei desideri. Timidi, audaci, spregiudicati, sporchi, vecchi e nuovi. Buoni e cattivi. In tutte le comunità si tessono questi ed altri elementi. E nel nostro caso, quali desideri la spuntano? I peggiori o i migliori? Scusate tanto questo tono dubitativo, ma il teatro non dà risposte. O almeno non le dà subito. Illumina, certo, ma che cosa c’è di meglio di una buona domanda?

Sarebbe già un primo passo se i nostri Coleotteri della politica, imbarazzati dalla verità, grassi di ritardi e di menzogne, si ponessero buone domande; per noi, ovviamente, non per loro stessi. Forse se ne fanno già troppe per conto loro...Sarebbe meglio se decidessimo di dimenticarci un po’ di questi arronzoni, ficcanaso ed ingordi, e invece provare a farci noi delle buone domande, e da queste partire, inseguire i desideri…

Ma non perdiamo il filo del discorso, che forse può anche non esserci. Un filo che dondola ancora. Forse subisce una nenia, quella della televisione spazzatura, delle chiacchiere che a volte fanno anche bene, ma ci distraggono troppo e ci dopano. E a volte finiamo per appassire. Da noi, servirebbe … E’ inutile, meglio parlare d’altro… Di teatro.

*

Non conoscevo la storia di re Lear. Me l’ha raccontata una mia amica poco prima di entrare a teatro. Banale definirsi colpito dopo uno spettacolo, ed, infatti, dirò “rinnovato” da una performance davvero singolare, avanguardistica quanto semplice, quella di Giorgio Albertazzi e dei suoi attori, che hanno deciso di “mettere a nudo” il teatro, la trama, la storia, le parole. “Parole extraquotidiane”. Tutto praticamente, era nudo, anche il pubblico, che si alzava, seguiva, spiava.

“Giovinezza, maturità, la solitudine della vecchiaia… un vecchio solo ha mille anni…”Lear dopo aver creduto di divider bene il suo regno, impazzisce; rimane solo. Due delle sue figlie contribuiscono a ciò. La terza, invece, che per il profondo amore della verità, ne è esclusa, lo amerà fino alle fine, sinceramente, in un modo così totale da consentirgli di “entrare nella notte ad occhi aperti”. Fino alla fine Lear quindi ha saputo risorgere grazie a Cordelia, e trovare la forza dentro di sé per sollevarsi, fuggire la pazzia.

E’ stato un tuffo nella storia dell’umanità. E poi la stessa fisiognomica di Albertazzi ne incoraggiava la suggestione: un volto di uomo che avrebbe potuto vivere in ogni età, dal tempo di Cristo a quello dei Provenzali, passare indifferente per le strade di Agrigento, consigliare Alessandro il Grande a Gaugamela, combattere per la liberazione della Spagna franchista, camminare nel mondo fino ad oggi…

*

Già, oggi..Che cosa facciamo oggi? E domani cosa faremo?

Che cosa desideriamo ardentemente?


Rinascere, rialzarsi, risalire… desideri come altri..



Emilio Votaterra

 
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