martedì 8 marzo 2011

Cenni di storia popolare sul Carnevale

Per inquadrare e collocare questo particolare periodo dell’anno nella nostra storia, è opportuno fare una  prima precisazione: il nostro Carnevale nulla ha a che vedere col Carnevale “colto” che si “celebra” in gran parte d’Italia, da Nord a Sud.
Il nostro Carnevale non si coniuga attraverso le  sfilate dei carri allegorici di Viareggio e Putignano, o la battaglia delle arance di Ivrea o quella delle caramelle di Chivasso; neppure attraverso il pomposo “sfilare" di abiti e piume,  affittati o comprati a cifre astronomiche per l’occasione.
Come nel più autentico spirito della cultura popolare, il nostro Carnevale è piuttosto un Carnevale di stracci e straccioni che vivono (o dovrebbero vivere) quello che poi è l’autentico spirito del Carnevale: l’affrancarsi  ed il “liberarsi”, almeno una volta l’anno, da imposizioni e costrizioni, da servitù e sudditanze, da fame, miseria e proibizioni. 
Così ci si veste e traveste e si  “cambia faccia” come a voler cambiare anima, quasi ad assumere una nuova identità (una specie di Avatar?) nel segno del tutto “licet semel in anno”. Tutto è consentito, almeno una volta all’anno (vedi i “Saturnali” nell’ antica Roma)..... Ovviamente non tutto è consentito.
Ma veniamo al “nostro” Carnevale il quale, da noi come altrove, non sta ad indicare il solo periodo dell’anno, ma  un vero e proprio personaggio in carne ed ossa, per la verità più carne che ossa .
Carnevale, come personaggio, è grosso,  soprattutto grasso e non a caso.
Carnevale mangia e beve, soprattutto mangia tanto. Mangia, guarda caso, carne di maiale: salciccia, cicule e ventresca in quantità inverosimili.
I motivi sono due:

1. Gennaio e Febbraio erano i periodi dell’anno in cui si ammazzava il maiale, che rappresentava il principale sostentamento della famiglia contadina. Del maiale non si buttava e non si butta quasi nulla e le sue carni stagionate e insaccate sostenevano la famiglia nell’arco dell’intero anno. Il maiale stesso, in questo contesto, stava a rappresentare, con la sua carne grassa e succulenta, il  trionfo dell’abbondanza sulle privazioni quotidiane.

2. Il periodo che segue immediatamente il Carnevale è la Quaresima, con i suoi quaranta giorni di  astinenze, digiuni e privazioni. E’ opportuno, quindi, che Carnevale approfitti del periodo a lui dedicato per abboffarsi di ogni ben di Dio, e quale miglior dono di Dio se non  salciccia, cicole  e ventresca?

Carnevale si atterrà scrupolosamente alla consegna, mangerà… mangerà… mangerà tanto che alla fine scoppierà. Morirà per la grande abbuffata ed i suoi funerali verranno “celebrati” nel giorno di martedì grasso, l’ultimo del periodo del Carnevale.
La sua “salma” verrà accompagnata in corteo attraverso le strade del paese, tra urla lazzi e schiamazzi, e tra il pianto di “pie donne” incredule e gementi:
-    Carnevale miu, pecché sì mmuortu? -
E’ opportuno qui  ricordare che durante il periodo del nostro Carnevale, riferendoci alla frazione di Casanova nella fattispecie,  torme di bambini mascherati come meglio l’epoca permetteva (parliamo dei primi decenni del Novecento), molte volte indossando i camicioni da letto dei loro nonni, con la faccia imbrattata di fuliggine e con in mano rami appuntiti a mo’ di spiedo, percorrevano le strade del paese bussando alle porte di chi sapevano potesse dare. A chi compariva sull’uscio chiedevano in coro: ‘a ventreschella e ‘a sauciccella che, una volta ottenute, infilzavano sui loro improvvisati spiedi, ed anche ‘e ciculelle, che spesso consumavano per strada e… via di corsa a bussare ad altre porte e a fare le stesse richieste, fino a che non riempivano i loro improvvisati spiedi. Ovviamente chi era più furbo, portava uno “spiedo” più lungo.
Qualche donatore che, per tirchieria, non donava o donava poco, non di rado riceveva in cambio qualche dispetto...... Strana analogia con l’Halloween degli Americani.

A chiusura dei festeggiamenti del nostro Carnevale si colloca ‘A Cantata de ri Mesi. Cantata in cui i dodici mesi dell’anno, condotti da Capodanno che dialetta con Pulcinella, entrano in scena ognuno secondo la  sequenza annuale e cantano  le proprie virtù e/o difetti.
Cosi ascoltiamo un Gennaio cantare:
- …nnemmicu songu de ri pecurari -  perché con le sue gelate persistenti renderà difficile a pecore  e capre brucare l’erba dei pascoli e ancora:
- … a cacciauocci cu’ ri putaturi…nisciunu juorno li farò putare – perché con le sue giornate gelide e ventose e a volte piovose o innevate, renderà difficile ai potatori portare a termine il loro lavoro, quasi a fargli dispetto.
Cosi Febbraio:
-    Io so’ Febbraio e songu curtu curtu e ‘uerra  vogliu fa vintottu juorni…- perché febbraio è  il mese più corto dell’anno, ma con i suoi soli  ventotto giorni  perpetua le intemperanze di Gennaio.
E Marzo:
- …nun ve fidate de la mia fermezza, ch’io faccio la mutanza della luna - con le sue giornate che cambiano repentinamente dal caldo al freddo o dal bello al brutto. Infatti:
- …n’ora ve facciu asciutti e n’ora ‘nfusi -  perché le sue giornate soleggiate possono portare  repentini  scrosci di pioggia.

Non ci dilungheremo sulle strofe della Cantata, del resto comprensibilissime agli ascoltatori seppure a volte con qualche passo difficile dovuto, pensiamo, a inesattezze di trascrizione da parte di chi, ascoltando per la prima volta questa Cantata, ha provato a mettere nero su bianco.
Tenteremo, invece,  di darne qualche notizia storica.
Alcune delle notizie che qui riportiamo  sono documentabili e documentate, altre sono solo il frutto di nostre speculazioni, non avendo a nostra disposizione o non avendo potuto consultare, sia  per la loro irreperibilità immediata, sia per brevità di tempo disponibile, quei testi che potessero illuminarci in proposito. Uno di questi testi di ricerca, purtroppo difficile da reperire, è: “Carnevale si chiama Vincenzo” di Roberto De Simone ed altri collaboratori, in cui uno studio sulla rappresentazione in questione ci viene proposto dall’Apolito.

Incominciamo col dire che questa Cantata o “Rappresentazione dei Mesi” come viene chiamata in alcune zone, la troviamo in diverse regioni d’Italia, soprattutto del centro-sud, come Lazio, Molise, Campania.
Esiste una trascrizione  risalente al 1177 che veniva cantata e ballata nelle festività di inizio anno e nel periodo appunto del carnevale.Per chi fosse curioso di consultarla, assieme ad altre versioni, vedi:
http://www.sabina.it/tradizioni/mesi.htm

Senza andare troppo lontano, la  “Cantata dei Mesi” così come  noi la conosciamo, sia pure con delle varianti riguardanti metrica, musica, numero ed identità dei personaggi, sembra derivare da una versione comune non solo alle frazioni del nostro Comune, ma ad altre parti della nostra Provincia. Vedi:
http://www.omniamaceratacampania.it/index.php?option=com_content&task=view&id=67&Itemid=51)

La matrice comune la si desume dalla pressoché identicità delle strofe che, quando non identiche nel testo, restano comunque simili nella sostanza.
La diversità della struttura metrica e delle musiche, così come il diverso numero ed identità dei personaggi che riscontriamo in alcune frazioni nell’ambito dello stesso Comune, altro non sono, a parer nostro, se non  naturali manipolazioni operate su uno stesso canovaccio da identità culturali ristrette e differenti fra loro, se pur complementari.
Da dove arriva la versione comune  di questa Cantata così come noi la conosciamo?
Indubbiamente la presenza del personaggio Pulcinella, maschera non esattamente attinente alla cultura all’Alto Casertano, indurrebbe a considerare una sua provenienza dal Napoletano, o, se vogliamo azzardare una ipotesi ardita, dal Regno delle Due Sicilie?
Queste però restano pure e semplici speculazioni che, in assenza di riscontri certi, vanno prese in considerazione col beneficio dell’inventario.

Attilio Troianiello

 
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