sabato 23 aprile 2011

La maledizione di Biasox



Il conte Biasox passeggiava nervoso nel suo giardino fingendo di leggere un libro, preso a caso dalla sua fornitissima biblioteca. Nonostante fosse primavera inoltrata e nonostante la giornata soleggiata, la temperatura era alquanto rigida. Quel vento di tramontana, inusitato per quella stagione, era per il conte un segno premonitore di sventura. I suoi capelli argentei, in pochi giorni, erano diventati quasi tutti bianchi, la sua immagine di tombeur de femmes era diventata quella di uno sbiadito pensionato. Tutte le sue strategie per riconquistare il trono della contea di Calenum erano fallite. Anche la sua finta abdicazione in favore di un estraneo alla famiglia non aveva sortito l'effetto sperato. Tutti avevano compreso che se avessero appogiato Degiallibus, suo designato, una volta eletto, sarebbe stato facilmente controllato, tramite il suo germano, Biasox II. 

I suoi messaggeri gli riferivano solo  notizie spiacevoli: l'ultima era stata che anche il cavaliere Garofanus,  scudiero del visconte Giano Trifronte,  si era alleato con i congiurati. Già aveva avuto la brutta notizia del passaggio, con la fazione avversa, di don Juan de Bufalirinis e della sua gentile signora donna Antonia. Così quasi tutti i suoi vassalli erano passati con il cerusico don Luis de Santa Cruz alle dipendenze del marchese De Grimaldellis. Questi, per la soddisfazione, ingrassava a vista d'occhio, pur restando digiuno per intere settimane. Gli avevano riferito che anche una banda di giovanotti scalmanati, spalleggiati dal teribile Franz Lo Sterminatore Grigio, si erano organizzati per occupare il trono. Questi giovinastri si servivano per comunicare di una diavoleria ultramoderna, che permetteva di tenerli perennemente in contatto tra di loro. 

Le notizie che le poche spie rimastegli gli riportavano lo avevano convinto che ormai la soluzione migliore fosse la fuga. Oltretutto, la campagna denigratoria nei suoi confronti aveva sortito i suoi effetti. Tutti i servi della gleba erano stati convinti che si fosse aricchito alle loro spalle. Ormai non poteva più passeggiare per le strade di Calenum, nemmeno nel suo casale natìo, senza essere contestato anche dai villani. Inoltre, conoscendo bene tutti i suoi sudditi, si era reso conto che ormai erano tutti passati con i suoi nemici. A niente sarebbe servito il suo grande coraggio e le sue doti innate di grande condottiero, e si convinse che la sua fine fosse segnata. I grandi uomini si vedono anche nel saper contenere gli effetti delle sconfitte, pensò, pertanto decise una ritirata strategica in attesa di tempi migliori. Lui conosceva bene i suoi ex vassalli, era certo che dopo qualche anno avrebbero cambiato di nuovo bandiera, e poteva darsi che sarebbero tornati a servirlo.  

Diede ordine alla servitù di portare solo l'indispensabile, pertanto furono preparate solo una cinquantina di carrozze. Mentre la servitù caricava suppellettili varie, lui personalmente si incaricò di riempire dieci carrozze con i suoi modesti risparmi, guadagnati col suo sudato lavoro di governo. Mentre seguiva le operazioni di carico davanti ai suoi occhi passarono tutti i suoi ex vassalli. Vide il sussequioso Antimus Mutus, il preoccupato don Luis, il suo amico d'infanzia don Juan e tutti gli altri, perfino Mbicillus, il giullare di corte. 

Fu pervaso da una gran rabbia nei confronti degli ingrati,  erano pronti a mordere  la sua mano da cui avevano ricevuto tanto pane ed anche tanto companatico. Prima di partire, si recò sulla montagna detta di Sant'Arcangelo, sulla cui cima era stato costruito un monumento all'avanguardia per quei tempi, perchè rispettoso dell'ambiente circostante, in ricordo della sua amministrazione delle acque. Salito sulla cima in modo che potesse vedere quasi tutta Calenum, lanciò la sua maledizione: "Ti maledico ingrata Calenum insieme a tutti i tuoi abitanti. Dopo di me, nessuno sarà mio pari.  Tutti i miei successori non avranno mai  pace e con loro Calenum che sarà male amministrata nei secoli dei secoli". Fece seguire dei segni e delle parole magiche che gli erano state insegnate da un suo zio stregone. 

Finito il rito magico, salì sulla sua carrozza  e si avviò verso una meta segreta.  Quella sera era il venerdì santo e tutte le donne, mentre seguivano la tradizionale processione, piangevano lacrimando copiosamente. Molti si meravigliarono per la loro forte partecipazione al rito religioso, senza sospettare che in realtà stavano piangendo per il loro amore segreto, che forse non avrebbero più rivisto. Per secoli il ricordo del conte Biasox restò nel cuore dei suoi sudditi come simbolo della bontà, della generosità e sinonimo di buon governo. Fu ricordato come il miglior politico che la contea avesse mai avuto e infatti, dopo di lui, a causa della sua maledizione,  la contea di Calenum non fu mai più ben amministrata.

FINE DELLA STORIA

IL CONTE DEL GRILLO

 
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