sabato 3 settembre 2011

Casanova nel XVII secolo. Una vicenda tragica!

…La realtà di questo piccolo casale (Casanova) era passata alle cronache del Vicereame napoletano nel 1647, in occasione della rivolta fomentata dal garzone di pescheria “Masaniello”.
Il 28 luglio di quell’anno, infatti,Carinola prende parte attivamente ai moti rivoluzionari divenuti più aspri a seguito dell’uccisione una settimana prima di Tommaso Aniello. Nella sommossa, a Casanova è assalito un giudice di Capua che si trovava nel casale con i suoi soldati. La vicenda assume carattere tragico allorché, imprigionati sia il giudice che le milizie, uno dei soldati viene decapitato. A Casanova giungono Pietro di Lorenzo con il caporale Francesco Ferraro e la sua compagnia. “Circa 150 persone si dirigono a Casanova, dove si scagliano contro il caporione Paolo Pampena. A questi, «quamplurimos ictus scoppittorum iniecerunt in persona Pauli, qui fuit mortaliter sauciatus». Scoppia una furibonda battaglia tra la compagnia del capitano Pietro di Lorenzo e i Carinolesi accorsi, «in quo inter alios fuit interfectus Franciscum Sasso».

Nella battaglia cadono molti rivoltosi, fra i quali Giovanni Prata, uno dei capi, a cui è mozzata la testa, infissa su una picca e portato in giro per Sessa”. Nel 1648 mons. Casvaselice scrive: ora per le calamità dei tempi e i bisogni della gente si è resa impossibile l’esazione dei fitti e quindi poterli mantenere (si riferisce al sostentamento dei ragazzi e dei docenti del Seminario diocesano). Né io potevo soministare gli alimenti, perché a causa delle stesse Rivoluzioni (il vescovo fa cenno anche alle huius Regni Revolutiones) non solo ho perso tutto il Patrimonio e il reddito ecclesiastico ma la stessa casa vescovile e tutte le suppellettili a causa de Ladri compagni di Papone, con grandissimo pericolo per la mia vita per ben due volte. Era un periodo di crisi totale. La povertà in cui versava la gente del territorio era enorme e la stessa chiesa si vedeva privata delle rendite che le spettavano (in primis delle decime).

A rendere poi ancora più triste la situazione, al di là della rivolta generale -sfogo naturale di una situazione di crisi che coinvolgeva tutto il Viceregno- vi era il fenomeno del brigantaggio. Nelle terre carinolesi scorrazzava Domenico Colessa originario di Caprile di Roccasecca e passato alle cronache del tempo come il brigante Papone (forse in ricordo di Giacomo Papone, rivoluzionario di Pignataro del XIV secolo), il quale non disdegnò di abbracciare la causa antispagnola divenendo addrittura strumento delle mire francesi a subentrare nella Capitale cavalcando l’onda del malcontento popolare e assumendo l’incarico di “Colonnello Comandante del rivoluzionario popolo napoletano”. Papone era un guardiano di capre che passò a svolgere funzioni di gendarme. Arrestato per brigantaggio nel 1646, fu rinchiuso nelle carceri della Capitale del Regno. Un anno dopo, durante la rivolta di Masaniello, riuscì a fuggire dalla prigione, dandosi alla latitanza.

Da quel momento ha inizio la sua carriera di brigante: unendosi alla folta squadra di ladroni che faceva capo a Giuseppe Arezzo di Itri, scorrazzò incontrastato tra il Golfo di Gaeta e l’Abruzzo. Preso dallo spirito della rivoluzione contro i padroni e la chiesa (tentò anche di irrompere nell’Abbazia di Montecassino) amò definirsi “Generale della Serenissima Repubblica napoletana” e conquistò intere cittadine tra cui Itri, Fondi, Sperlonga, Sora, San Germano e Teano. In quest’ultima città, però, gli abitanti opposero al Papone una fiera resistenza. Entrato i contatto nel ducato romano con l’ambasciatore francese Du Val gli fu offerta la possibilità, approfittando della rivolta antispagnola, di sostenere l’invasione nel Regno di Napoli. A tal proposito fu nominato “Colonnello Comandante del rivoluzionario popolo napoletano”. L’esercito di Papone fu sconfitto ben presto dalle milizie fedeli alla Spagna e il comandante fu arrestato, torturato e il 26 agosto del 1648 fu ucciso in Piazza Mercato a Napoli. Il suo corpo fu completamente smebrato e sparso tra Sora, Caprile e i paesi vicini.

La realtà urbana

…Venendo da Carinola per l’antica strada che, uscita dalla porta del Castello, si divideva in due rami, uno per Sessa, incontrando il Real Cammino quasi al confine del feudo, e l’altro che scendeva verso occidente, passando poco lontano dalla collina di san Francesco si entrava a Casanova, il primo dei tre abitati costituenti l’attuale casale di Casanova.
L’ingresso avveniva probabilmente in corrispondenza dell’attuale seconda traversa di Via Nazionale, dove è ubicato un edificio che conserva, attraverso un portale, una splendida testimonianza di arte catalana. Ma l’ingresso all’attuale Casanova doveva avvenire anche in corrispondenzadell’abitato detto delli Carani, da una seconda strada che, staccatasi dalla prima poco dopo Carinola, costeggiava la collina di san Francesco per entrare nell’abitato in corrispondenza dell’attuale via Ten. Montano.

Di lì, poi, si originava un bivio da cui partiva un’altra strada, ora nota come via Giardini. Rispetto a Casanova e ai Lorenzi, Carani era l’abitato più grande. A testimonianza di ciò giungono le numerose abitazioni storiche, alcune delle quali dotate di emergenze architettoniche, poste lungo le diverse stradine che salgono sulla piccola altura dove si è sviluppato l’abitato.

Il terzo nucleo, invece, prendeva nome dalla ricca famiglia dei Di Lorenzo, che in esso risiedeva. Ancora oggi, all’interno del piccolo nucleo storico, assume particolare rilevanza l’abitazione di questi patrizi originari anch’essi di Sessa. “ I due palazzi dei Di Lorenzo, Antonio e Lucrezia, sono ancora di immediata fruizione, d’impianto cinquecentesco, con interventi tardo barocchi di minore entità e qualità artistica, sono parzialmente adiacenti fra di loro al di sopra della via detta à S. Marciano.

Quello che rimane più in vista nel panorama dei luoghi è datato 1592 (anno probabile di fondazione di Bernardo di Lorenzo di Carinola) ed estende la sua compatta articolazione compositiva su quattro lati raccordati da un vasto cortile. L’edificio, posto in posizione strategica ai limiti di un fossato, tra le due vie della Gran Celsa e dell’antica chiesa di S. Lorenzo, è in gran parte conservato nel suo impianto originario, ma spazialmente modificato nei rapporti in altezza per un innalzamento della linea di gronda. Questo intervento, insieme alla scala nel cortile del lato destro, e alla terrazza al di sopra della cappella seicentesca, potrebbero essere stati realizzati negli anni in cui era proprietario Antonio di Lorenzo.

Il palazzo del marchese di Civigliano, marito di Lucrezia, è oggi in parte proprietà dei Budetti, e la sua facciata completamente decorata a stucco con disegni geometrici si impone nello spazio della piazza del piccolo agglomerato. Nell’androne d’ingresso si ammirano alcuni particolari affrescati emergenti dal bianco delle pareti e dalla copertura a volta racemi ed uccelli all’intorno dello stemma presunto dei Caetani di Civigliano”. Per quanto riguarda l’antica chiesa di san Lorenzo, nell’Onciario al foglio 492 è censita con l’appellativo di S. Lorenzo spreca mogliere e come appartenente al Beneficio del casale di Casanova, al tempo già allo stato di rudere. Il palazzo dei Di Lorenzo, poi, alla stregua delle dimore patrizie conteneva anche una cappella privata che, nel caso specifico, era dedicata alla Madonna del Carmelo e fu edificata da Antonio Di Lorenzo nel 1635.

Casanova, come gli altri casali di Carinola sinora analizzati, nonostante fosse costituito da tre nuclei possedeva un’unica chiesa parrocchiale, quella di San Pietro. Ancora una volta si ripete la consacrazione di un edificio di culto all’apostolo Pietro che, in alternativa a Paolo, era molto venerato in queste terre. Così come la tradizione locale vorrebbe che Saulo fosse passato per questi luoghi, non di meno reputa valida la tesi che anche Simon Pietro abbia soggiornato nelle terre, aiutando i primi cristiani nella diffusione della fede, prima di sedere sulla Cattedra di Roma per poi subire il martirio della croce, tra il 55 e il 67.

La chiesa parrocchiale casanovese, di cui si hanno notizie sin dagli inizi del secolo XIV , era una struttura non molto grande, ma comunque dotata di tutti gli elementi necessari per l’amministrazione del culto. In essa, poi, a testimonianza della sua particolare importanza, risiedevano ben due corporazioni ecclesiastiche il cui scopo era, oltre allosvolgimento dell’esercizio delle pratiche prettamente religiose (messe, processioni, preghiere particolari) e della moralità cattolica, l’assistenz ai bisognosi, l’accompagnare e provvedere ai riti per defunti, i suffragi fino all’impegno per fornire la giusta dote alle giovinette povere. Le confraternite, com’era consuetudine, si riunivano negli edifici di culto all’interno dei quali si ritagliavano degli spazi per svolgere le loro funzioni celebrate spesso da preti secolari o regolari.

La confraternita del Monte dei Morti di Roma, il cui scopo principale era quello di accompagnare i defunti, faceva capo all’altare della Madonna del Suffragio. Quella del Rosario, invece, la cui diffusione in generale è dovuta ai domenicani, aveva in dotazione una cappella dedicata alla Vergine del Rosario e probabilmente il suo scopo principale era devozionale, anche se in generale svolgeva mansioni tipiche di una congregazione. Pio V istituì la celebrazione della Vergine del Rosario nell’anniversario della vittoria navale riportata dai cristiani a Lepanto nel 1571, attribuita all’aiuto della Madonna, invocata con la recita del rosario.
Particolare, della confraternita casanovese, è la tela probabilmente realizzata tra i secoli XVII e XVIII che ornava il suo altare, raffigurante la Vergine col Bambino che dona ai frati domenicani il rosario, contornata dai Misteri di Incarnazione, Passione e Resurrezione. La confraternita del Monte dei Morti, invece, era meno ricca: possedeva solo un economo e si manteneva con i contributi dei confratelli e con la carità.

Quella del Rosario, invece, sembra possedesse addirittura un’altra confraternita, dedicata al Santissimo. Dalla relazione sullo stato della Diocesi carinolese redatta da mons. Vitellio nel 1590, tra le confraternite presenti nel territorio si registra anche quella del SS.mo Rosario. Lo scopo, sin dal secolo XVI, quando tali congregazioni furono particolarmente privilegiate dalla Chiesa, era di invogliare il popolo ad assistere alle funzioni liturgiche, nonché di accompagnare in processione il Sacramento. Per tale motivo, quindi, quella del Rosario possedeva due amministratori i quali, a differenza di quella dei Morti, avevano il compito di gestire un patrimonio più cospicuo, che andava dalla rendita certa dei 50 ducati annui, a tutta una serie di altri introiti, sotto forma di offerte e proventi su beni non facilmente censibili.

Non si dimentichi che, proprio per gli ingenti patrimoni incamerati che le confraternite gestivano senza nulla versare allo stato, in un primo momento attirarono gli appetiti dei vari governi. Poi si giunse alla loro chiusura e confisca delle proprietà …
La crescita della popolazione casanovese (nel 1709 il nucleo ammontava a 630 anime) portò alla realizzazione di un’altra struttura religiosa, costruita verso la metà del XVIII secolo nella zona detta “Cappelle” all’interno del nucleo dei Carani. Di questa parla per la prima volta mons. Del Plato nella sua relazione del 1752: “In Casanova, oltre alla chiesa parrocchiale c’è un’altra chiesa sotto il titolo di S. Maria della Pietà de iure patronatus laicorum”. La chiesa, sorta per volontà di una congregazione, oggi è dedicata alla Madonna delle Grazie ed è sede della confraternita omonima.

Tratto da:
C. VALENTE: L’Università Baronale di Carinola nell’ Apprezzo dei Beni anno 1690 -
Marina di Minturno 2008, pp. 55-60

L’autore

 
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