giovedì 27 settembre 2012

La morte in centro


Quello delle onoranze funebri è un rito vecchio, antico. Fin dagli egizi, passando per etruschi e romani, sorvolando sui riferimenti mitologici che in quanto tali erano pur sempre partoriti da umani pensieri di popoli sviluppati, le attenzioni dedicate all’ ultimo viaggio, al distacco dalla vita terrena, sono state intense, trasversali, caratterizzanti, nazionalpopolari e regali. Lo scorrere del tempo, scandito dal susseguirsi di civiltà, epoche auree e buie, ha piuttosto che affievolito l’ espletamento del rito,  con a corredo tutti i suo inserti, destato ulteriore concentrazione e, quando ci si è accorti che il percorso d’ addio di un corpo passato a miglior vita,  potesse addirittura rappresentare,  per chi aveva l’ incombenza di sopperire, per manifesta impossibilità del beneficiario, allo svolgimento di tale percorso stesso, un momento di facile guadagno, all’ insegna del sempre attuale “mors tua vitae mea”, ci si è accapigliati, profusi, spesi e spasi, perché la moltitudine umana diventasse, all’ atto della fine, l’ inizio di aurifera risorsa. Fin qui, pur con eccessi  di gusto, di stile, di pacchetti completi  o integrati che dir si voglia, offerti al limite del digeribile e della decenza, poco male. Le risse per l’ accaparramento del servizio, talvolta con piglio troppo buonista, venivano rubricate quali scontate conseguenze di una competizione senza quartiere. Con buona pace della scaramanzia e degli scongiuranti di tutte le logge. Poi, manco a dirsi, il mai distratto sguardo della malavita, di chi delinque o di chi ne fa le veci, ha notato che da li, dai morti, dalla pratica dell’ ultimo accompagnamento, potesse derivarne un affare praticamente senza fondo. Una sorta di vincita perenne ad una lotteria che non avesse mai fine. Anzi una lotteria senza costi di start up che esaltasse la fine della testimonianza terrena di un’ anima, offrendo una panoramica coglibile ad occhio nudo,  sull’ essenzialità dell’ uomo….. da principio…..a fine. Un vitalizio. Come a dire,siamo buoni anche da morti, forse addirittura migliori! Come dei porci non si butta nulla, cosi anche di noi si può chiedere e ottenere il massimo, sempre. Vacche da mungere. Una volta morti possiamo trasformarci e diventare quello che non siamo stati da vivi. L’ occhio però, si sa, ama farsi attirare dal bello, storce e appare svogliato alla vista del così così, e addirittura aziona lo stomaco,  che risponde immediato,  con conati di vomito a stento trattenibili, quando è invece il brutto, il grottesco, lo schifoso a mettersi davanti. Quand’è cosi, l’ occhio non transige. Il troppo, come suol dirsi, disturba. Ogni limite, ha una pazienza, ammoniva il Principe della risata. Plastico esempio, ne è   ciò che si è verificato nella piazza Maggiore De Rosa della frazione Casanova del Comune di Carinola. Una ditta di “schiattamorti”, munita di permesso o forse di compiacenti omissioni di controllo,  garantite a mezzo di un assordante silenzio da parte dell’ Amministrazione retta dall’ “Uomo Libero”(si fa per dire) De Risi, ha ritenuto di dover adibire un locale privato,  con affaccio fronte strada,  a sede del proprio esercizio erogante servizio per la miglior pratica funeraria. E lo ha fatto nel modo più stomachevole possibile, triturando come una zolla incappata tra i denti di una zappatrice, le esigenze di pubblico decoro. Lo ha fatto offendendo. Oltraggiando. Calpestando il glorioso passato di una piazza di un piccolo centro, i cui marciapiedi sono stati calcati da uomini che poi hanno onorato la loro terra d’ origine nel mondo. L’ occhio, ne ha risentito, contrariato. E ha suscitato reazioni  a catena, energiche. Ora basta, gridano i Casanovesi. Non ne possiamo più. Dopo le panchine “trampolino”, praticamente un attentato ai più piccoli, rimosse solo dopo vibrate proteste di cittadini ancor provvisti di materia grigia, dopo l’ acqua mancante tanto di sera quanto di giorno, dopo le strade e i marciapiedi che non esistono, dopo la munnezza ovunque, le erbacce lungo i cigli della strada, il depauperamento di qualsivoglia politica culturale, ora anche un mausoleo mastodontico, un autentico pugno nell’ occhio, nel cuore della cellula pulsante di una comunità già alle prese con un vuoto amministrativo senza precedenti e su cui, del resto lo stesso obbrobrio mortifero lo annuncia greve e  profetico, sembra essere calato l’ odore mefitico della morte, della fine appunto. Dove altro, se non  in quei luoghi, come è divenuto per l’ appunto Casanova, sprovvisti di guide, di fari amministrativi,  poteva trovare diritto di domicilio una indecenza di tal fatta? A furia di gufare, i soliti soloni nei cui confronti la vita è stata matrigna, hanno ottenuto, assicurando al timone del Comune la guida di De Risi, cioè di uno che spara solo cazzate, forte con i deboli e debole con i forti, che non è mai intervenuto e che mai interverrà  a tutela del pubblico decoro, ciò che volevano:fare del paese una terra di nessuno. Aggredibile con incontrastate scorribande dal primo energumeno. Una terra da conquistare, perché Terra arida di idee. Perchè terra violentata, ormai priva di un’anima..Quella insegna, non ce ne voglia il proprietario di casa, che  pur legittimamente intende trarre vantaggio dalla percezione del canone di fitto mensile del locale, sa da levare! Fa schifo, genera imbarazzo, autorizza scongiuri al limite del protopornografico, ancorchè efficaci. De Risi, se ha a  cuore la comunità, deve e può intervenire con la messa a fuoco di quegli strumenti che afferiscono alle competenze di un Sindaco. Lo faccia presto. La faccia rimuovere. Ora basta. De Risi faccia in mondo che la repressione e rimozione dello sconcio della “promozione della fine” possa, soprattutto per lui, coincidere con l’ avvento di un principio di buona politica , anche dell’ immagine.


P.s. Premesso e ribadito che la location in cui si è inteso ubicare un cosi particolare esercizio commerciale è assolutamente fuori luogo, il materiale usato per l’ insegna è oggettivamente disgustoso, reso ancora più orribile dalle scritte contenenti messaggi promozionali per una pratica che non si sa quanti abbiano in animo di prendere in esame o  accelerare. Avessero usato un po’ di  marmo, giusto un po’, con poche, pochissime, anzi una sola scritta  discreta , sempre altrove ovviamente e non in piazza, lo avremmo forse, con sommesso disappunto, fatto pure passare. Avremmo chiuso gli occhi e pensato che quel marmo fosse come quello della vetrina della premiata pasticceria “Pintauro” di via Toledo a Napoli. Ci saremmo illusi di inalare l’ inebriante profumo delle mitiche sfogliatelle. Se le cose resteranno cosi, invece, penseremo sempre che l’ insegna sia identificativa di un’ epoca. Un vero e proprio luttuoso, funereo, funesto affresco, figlio ovviamente del suo tempo e di esso stesso espressione. Un affresco “di…Pinto” a mano. Praticamente doc! Una prece.


AntiBecchini

nota della redazione: non siamo riusciti ad ottenere una foto dell'orribile quanto macabra insegna in quanto nel frattempo è stata rimossa... si spera per sempre

 
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