giovedì 25 aprile 2013

Piccole conversazioni sui nostri paesi. L’origine dell’invidia.


Queste righe sono nate per provare a comprendere il paese in cui ho vissuto, che chiameremo Nonimportacome, alla condizione di collocarlo nel bel mezzo del Suditalia, tra dolci colline incendiate d’estate, borghi assolati e decadenti, ricche rovine archeologiche e infine il mare a pochi kilometri, che respira lontano come un ricordo-dolce
La vita vi scorre lenta e arida in una non-comunità che si nutre di scolorite memorie dei fasti cattolico-democristiani (‘70, ’80, ’90), abbandonata da generazioni di emigranti, non-governata da una classe politica che si rinchiude sulla cupola, che contagia, privatizza e indebita per non cambiare niente. Prendo il telefono e chiamo un amico.
Ne parliamo per un po’. Vorremmo chiedere aiuto ad un antropologo, ad uno psicologo delle comunità, oppure ad una veggente: tutti e tre ci direbbero in cosa consistono i “nostri problemi” e forse vi troveremmo un fondo di verità. Ma non è quello che vogliamo, quello di cui abbiamo bisogno è di raccontarci al nudo, come pellegrini, specchiarci per un’ora in un ruscello una volta limpido, ora marrone o prosciugato. 
Proviamo a capire da dove veniamo. Un mondo contadino lasciato alle spalle, ricco di energia positiva, di valori, di sapere, popolo operoso, popolo ignorante, il quale d’un tratto si è mescolato con una modernità che altrove, in Europa, apparteneva già al passato. Ma quali tracce di tutto ciò conserviamo? Di tutto questo processus ne abbiamo tratto altri frutti o siamo rimasti coi rovi nelle tasche? Certamente, ci si è sforzati di tramandare delle buone tradizioni, ricorrenze dal sapore pagano, l’onesto saper fare, alcune regole sane, la cui fatica di apprendimento sarà stata maggiore, rispetto alla facilità con cui invece si propaga in altri livelli la comune strafottenza per Nonimportacome, peggio il giudizio superficiale e maligno quando pensiamo all’altro, al diverso
Ci siamo mai chiesti, infatti, quale possa essere l’origine dell’invidia, che dilaga e che in alcuni casi ha sconfitto avvenimenti, associazioni, persone, famiglie intere, senza ragione, senza una logica. Quale è l’origine di queste malattie delle mentalità del Sud? L’ignoranza. Il perdono della chiesa, un’educazione mancata; il fatto di non sentirsi parte della stessa comunità. Eppure una voglia di fare bene insieme molte volte è pure emersa, ma non è mai germogliata in una terra fertile, sempre più avvelenata da immondizia. E se andassimo ancora più lontano penseremmo all’arretratezza che faceva comodo alla democrazia cristiana, il voto di scambio. Il lavoro non sempre meritato. Il discorso è lungo come una camminata d’estate nelle campagne popolate di uliveti, querce, ginestre e vigne di primitivo. Sfoglio delle pagine, trovo dei versi di un poeta, Franco Arminio, un paesologo, nato in Irpinia che dice “Io appartengo solo al mio paese. Sono un dente dentro la bocca del cavallo, un mattone dentro un muro”. E suggerisce: “Porta il tuo paese in testa e avrai sempre una bella vista”. Dopotutto credo che le forze e la voglia per ricostruire Nonimportacome esistono eccome. 

Micco

 
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